domenica 26 luglio 2009

Il prode cavaliere

S’accorse un giorno il prode Cavaliere

d’averlo lì, che più non si rizzava.

Giaceva inerte e non volea sapere

di reagir siccome fa la fava

quando alla vista gnocca gli si para.

Versò in ambasce il losco puttaniere:

più non potea degnar la cosa cara

d’attente cure e di belle maniere.


Più s’ingegnava a perseguire il fine

d’inalberar la veneranda mazza

e men riusciva ad isquartar veline

e soddisfar tal male nata razza.

Ricorse allor all’opra illuminata

del medico di stato Sciampagnini

che ben gli avea la prostata curata,

il fegato, lo core e gli intestini.


S’adoperò costui a più non posso,

pose il suo ingegno a quel lavoro duro,

di tirar fuori il morto già nel fosso

e rendergli l’orgoglio imperituro.

Invano ogni rimedio fu tentato,

nulla potè il celebre cerusico,

neppure, ultima spiaggia, aver provato

col piffero incantator d’un musico.


“Null’altro si può far, mio dolce sire,

diagnosticò l’ippocrate accorato.

Vi dico: rivolgete ad altre mire

il vostro ardor, poiché nemico è il fato”.

“Giammai! rispose con accenti grevi

il satiro tapino al crudo detto.

Viver non voglio più che giorni brevi,

se rinunciar si deve a quel diletto”.


Impaurito allora lo Scapagno,

che commettesse qualche gesto insano,

perdendo li quattrini col compagno,

“Ecco! rivolto al disperato nano.

Voi richiedete al vostro Tartarini,

l’acrobata di circo la più esperta,

capace d’esercizi sopraffini.

Lei si saprà disporre tutta aperta,


con la promessa di un roseo domani,

a testa in giu, poggiata sulle mani,

cosce divaricate, della stanza al centro,

voi, Cavaliè, glielo calate dentro.”

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