venerdì 7 agosto 2009

Cose che capitano ai morti

Ho saputo dal mio barbiere.

Qualche volta capita, a questa categoria di artigiani, di essere chiamati per fare la barba ad un morto. Si sa, il defunto vuole presentarsi al cospetto di chi lo attende nell’aldilà nel suo migliore “aplomb”.

Il trapassato fresco fresco viene vestito del suo abito più elegante, possibilmente quello da cerimonia. Deve presentarsi all’altro mondo con le pieghe dei pantaloni perfettamente stirate, una camicia candida di bucato, una cravatta di seta, meglio se a farfalla, giacca possibilmente a doppio petto.

Sappiamo che rituali simili vengono celebrati fin dalla notte dei tempi.

Così vestito in tutta la sua eleganza, volete che si presenti al giudizio finale, davanti alla commissione per l’esame di laurea in “Vissutologia” con la barba di due o tre giorni sul viso? Vi immaginate quale impressione negativa si farebbero di primo acchito i commissari di esame di lui che porge al presidente della commissione la sua tesi di laurea dal titolo “Ecco come ho tentato di non farmi prendere per il culo dalla vita, ma non ci sono riuscito” mentre il suo viso, ricoperto di ispida peluria, farebbe intuire un’esistenza trascorsa tra sciatteria e disordine? In tal caso, non potrebbe certamente aspirare al 110 e men che mai al bacio accademico.

E allora, prima di tutto, una bella insaponata al viso e l’opera accurata di un rasoio manovrato da un esperto barbitonsore.

E qui sorge il problema, mi avverte il mio scrupoloso figaro, mentre mi stacca le basette e, con sguardo indagatore, scruta il mio viso dalla distanza idonea per appurare se le suddette basette risultano di pari lunghezza.

Come fare ad eseguire una rasatura a regola d’arte del cadaverico viso?

Il defunto ha esalato l’ultimo respiro, per cui di aria nei polmoni non se ne ritrova più. Non si può quindi pretendere che egli gonfi le gote affinché il pelo si rizzi e venga così reciso alla radice. Tra l’altro le guance risultano anche flosce e smagrite per le sofferenze dell’agonia. Allegria!

E allora?

Una bella domanda, non c’è che dire!

All’angosciata espressione che si dipinge sul mio volto in cui il barbiere di qualità legge l’ansioso desiderio di conoscere la risposta, egli contrappone un malizioso sorrisetto, come di chi sa il fatto suo e la sa lunga più del diavolo. Sempre con quel sorrisetto sulle labbra, che per la verità mi indispettisce un pochino, mi lascia friggere qualche secondo nella mia curiosità, e poi, finalmente, mi gratifica.

Una pallina da ping pong!

Una pallina di ping pong? chiedo esterrefatto mentre il marasma prende possesso dei pochi neuroni che abitano all’interno del mio cranio.

Vede, mi spiega: nel mio bagaglio di attrezzi per interventi esterni, io, tra forbici, tubetto di sapone, spazzole, etc, ho sempre qualche pallina di ping pong. La introduco e la posiziono con cura nella bocca del cadavere, aperta peraltro non senza qualche difficoltà seppur da mani esperte come le mie, ed ecco che mi ritrovo davanti una guancia gonfia e ben stirata con peli irti che implorano “tagliaci, tagliaci, che più rizzati di così non si può.”

Restiamo muti per una buona manciata di secondi, io sentendomi una nullità di fronte a tanta genialità, lui godendosi il trionfo di avermi ridotto ad una pezza pure in tutta la mia sapienza da intellettuale.

Poi mi riprendo perché si fa strada nella mia mente una certezza.

Ma come potrà mai fallire l’azienda Italia, se ci sono a disposizione geniali artigiani come il mio barbiere? Quand’anche tutto dovesse andare male, i barbieri e una pallina da ping pong la salverebbero!

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